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Sos suicidio su Facebook?

“You have a new friend request” è il titolo di un editoriale che su Lancet racconta dell’algoritmo messo a punto da Facebook per identificare gli utenti a rischio suicidio, “origliando” le conversazioni private, in modo da offrire loro un sostegno adeguato. Ma l’editoriale è soprattutto una lettura che offre l’occasione per una riflessione sull’equilibrio tra assistenza e invasività di strumenti di questo tipo che non dovrebbero sostituire gli interventi di sanità pubblica, ma affiancarsi ad essi.

Internet ha cambiato le nostre vite, ma anche la nostra esperienza di cittadini, clinici o ricercatori, riguardo la salute. Accessibilità e condivisione sono le parole chiave di questa rivoluzione che riguarda anche la nostra salute. Per i pazienti il web significa un accesso rapido alle informazioni e ai servizi di salute, per il medico – clinico e ricercatore – vuole dire maggiori dati più facilmente accessibili.
L’assistenza sanitaria ha raccolto in vario modo i frutti della rivoluzione tecnologica. Si parte dal medico di medicina generale che può fare diagnosi attraverso una videochiamata. Ma si può arrivare ai social network che possono essere la piazza in cui scambiamo opinioni con la nostra comunità di riferimento, condividendo e commentando ciò che accade in tempo reale, ma anche la comunità più ristretta e privata dei nostri amici più stretti e dei familiari con cui interagiamo emotivamente in un modo così intenso che le telefonate fiume una volta a settimana degli anni ’90 sono nulla al confronto: condividiamo pensieri, foto, video…

Raccontare la storia pubblica e privata

I social network facilitano la nostra possibilità di stabilire un contatto, raccontare la nostra storia pubblica o privata che sia.

Da un lato Twitter si è dimostrato essere una sorta di Far West dell’opinione e del dibattito, dall’altro offre infinite opportunità: all’interno dei miliardi di parole, sentimenti e pensieri condivisi pubblicamente ogni giorno si nasconde la piattaforma ideale per l’analisi dei sentimenti, ad esempio dopo una catastrofe o un trauma nazionale come fa questo studio sul Lancet, in modo da fornire una risposta adeguata anche in termini di servizi di salute mentale.

Se la dimensione allargata e di dibattito pubblico su Twitter può farsi strumento per restituire salute mentale dopo un attacco terroristico, con Facebook siamo su un piano diverso, più intimo. Il profilo privato e personale ​​è apparentemente una sfera ristretta, protetta, e può restare, con un po’ di accortezze, una rete sociale nel senso più autentico, fatta di amici e famiglie, in cui nessuna informazione può essere facilmente visibile ad estranei.
Non sorprende dunque che questa piattaforma, che si affaccia nella nostra vita simulando così bene l’interazione umana, possa essere destinata ad ospitare anche le crisi personali che altrimenti resterebbero inascoltate. Ed è di queste confidenze che avrebbe voluto appropriarsi un algoritmo che scansiona le nostre attività social per scoprire segni che possano rivelare intenzioni suicidarie e prevenire la tragedia: dai post personali ai commenti degli amici fino alla possibilità di “ascoltare” i flussi dei video live per intercettare i segni rivelatori di pensieri suicidi.

In sostanza quello che prima era condiviso con pochi amici o dichiarato nel segreto del colloquio con il proprio terapeuta, adesso è condiviso in rete, ma anche osservato e studiato dagli esperti estranei.
Ma a guardarla meglio anche questa potrebbe essere un’altra opportunità offerta dalla tecnologia, quella di fornire aiuto a chi è vulnerabile. Una sorta di SOS suicidio lanciato attraverso le conversazioni su Facebook. La tecnologia è stata sviluppata dopo un lungo confronto con la US National Prevention Lifeline. E sull’argomento John Draper ha bene espresso la criticità più evidente di un intervento di questo tipo: “Quanto più siamo in grado di mobilitare la rete di sostegno di un individuo in difficoltà per aiutarlo, tanto maggiori sono le probabilità che qualcuno si attivi e lo aiuti veramente. Ma la vera domanda è: come possiamo farlo in un modo che non si senta violato?”

Delle criticità della ricerca di un equilibrio tra supporto e rispetto della privacy si occupa anche l’editoriale di Lancet, perché c’è il rischio di reazione da parte degli utenti che vedono violata la loro intimità.  I quesiti aperti da Lancet sono diversi: può un intervento di una macchina impersonale come un algoritmo impedire l’alienazione piuttosto che esserne causa? Non rischiamo che l’algoritmo possa incappare in sviste imbarazzanti che farebbero gola a tutti i giornalisti di cronaca? Questi interventi possono fare davvero la differenza, basata su evidenze?

Resta una certezza che iniziative come queste non possono soppiantare gli sforzi in termini di sanità pubblica per la prevenzione del suicidio, ma dovrebbero potere lavorare al loro fianco.
La relazione tra social media e il benessere fisico e mentale è solo un piccolo aspetto del profondo effetto che Internet ha sulle nostre vite, che se sfruttato nel modo corretto per un bene comune, potrebbe avere effetti positivi di più lunga durata .

a cura di Norina Wendy Di Blasio

Fonte
You have a new friend request.  The Lancet 2017;  389(10073): 983

 

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